Per i media turchi sono puttane. Per il presidente Erdoğan, poiché rifiutano la maternità e non svolgono lavori domestici: esseri “carenti, incompleti”. Per noi occidentali, che ci siamo limitati a vederle in TV marciare in assetto di guerra con tanto di tute mimetiche e kalashnikov a tracolla: splendide figliole dai capelli corvini. Sono le guerrigliere curde, impegnate a contrastare l’invasione turca nella regione nord orientale della Siria al confine con la Turchia: il Rojava.
Il Kurdistan - 450mila chilometri quadrati suddivisi tra Turchia, Siria, Iran e Iraq - è un territorio mosaico, che non è mai diventato uno Stato unitario, dove vivono circa 40 milioni di curdi, ma anche azeti, osseti e iazidi. Negli anni ’70, l’ideologo Abdulà Ocalan fonda il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, con lo scopo di risolvere la questione curda creando uno Stato nazione, dove – al contrario di quanto avviene negli Stati limitrofi -i maschi rispettano le donne e la donna gode di parità di diritti, non è più sottoposta a mutilazioni genitali né a matrimoni forzati. Per fuggire dalla povertà, dalla violenza domestica, dai pregiudizi e da una società reazionaria che nega loro ogni libertà, dalla metà degli anni ’90 migliaia di donne entrano nel Pkk.
Nel corso degli anni, la lotta di Öcalan per l’indipendenza del Kurdistan è passata gradualmente da manifestazioni pacifiche al terrorismo, dando alla Turchia l’alibi per reazioni durissime. La cattura e la condanna di Öcalan nel 1999, e il mutare della situazione politica di quella regione hanno indotto a mutare progetto: oggi, afferma il portavoce del Pkk Zagros Hiwa, l'obiettivo della lotta “è raggiungere il confederalismo democratico come sistema di auto-governo nelle quattro aree del Kurdistan, dove le donne devono essere libere”. La prima regione nella quale è stato possibile attuare questo progetto è stato il Rojava, dove, dal 2012 i curdi sono riusciti a consolidare un’amministrazione autonoma. Il Rojava è retto da un uomo e una donna, Mansur Selum e Ilham Ehmed, ha una sua costituzione, e ha realizzato una confederazione democratica autogestita dove vigono ecologismo, parità di genere, libertà di culto, multiculturalismo e multi-etnicità. Damasco, pur non avendola mai riconosciuta, ha sempre tollerato questa entità amministrativa. Chi l’ha mal tollerata, è invece il presidente turco Erdoğan, perché il Rojava rappresenta non solo un modello, ma una minaccia, proprio per il ruolo qui svolto della donna. Mostrare alle donne arabe che cos’è la libertà potrebbe provocare un effetto contagio anche nel suo Paese, il che è inaccettabile. Per queste ragioni e per fermare le velleità autonomiste del popolo curdo il 9 ottobre Erdoğan dà inizio all’operazione “primavera di pace” sferrando un attacco contro il Rojava, per cacciare i curdi e insediarvi al posto loro dai due ai tre milioni di profughi siriani attualmente residenti in Turchia.
Dagli anni ’80, da quando si sono affiliate al Pkk, anche le donne hanno combattuto a fianco degli uomini, diventando poco alla volta non solo un simbolo dell’emancipazione femminile, ma un vero e proprio polo di attrazione, che ha indotto altre a unirsi, a fare corpo unico e a lottare per creare un proprio Stato dove liberarsi dalla sudditanza sociale cui sono costrette. Non si diventa combattenti in un giorno: per mesi, prima di entrare in azione, le guerrigliere sono sottoposte a sessioni di addestramento militare: si dorme in tenda, ci si sveglia alle 5, si studia filosofia, storia, letteratura, perché «la guerra si fa con la mente», dice Öcalan. Seguono lezioni di strategia contro le tecniche e le tattiche del nemico - droni, elicotteri, operazioni di terra - imparano a saltare ostacoli, strisciare a terra, a prestare il primo soccorso, l’uso dei kalashnikov Ak47, dei mortai e dell’artiglieria. Alcune seguono corsi specialistici per tiratori scelti, lavorando fianco a fianco con gli uomini, addestrate però da donne a capo delle brigate femminili. L'età media è sui 19 anni, la maggior parte proveniente dalla Siria, ma anche dai territori del Kurdistan turco, iraniano e iracheno. Qualcuna è analfabeta, tante sono ex studentesse. Nei campi di addestramento le donne lavorano e combattono al fianco e al pari degli uomini, a volte diventando comandanti militari. Le relazioni tra i soldati sono proibite, il che garantisce la disciplina tra i ranghi. Nel 1993, per la prima volta, sono state formate unità di sole donne, che decidono come muoversi, allenarsi e prepararsi al combattimento. Sono state queste guerrigliere a contribuire in maniera determinante a sconfiggere il sedicente Stato islamico. Nel settembre 2014, quando l’Isis lanciò l’offensiva contro Kobane, i membri dei battaglioni femminili di protezione e una milizia curda maschile indipendente decisero di schierarsi contro l’avanzata degli estremisti islamici per difendere la propria terra, imbracciarono i fucili e sconfissero le milizie dell’Isis. Nessuno mette in dubbio che l’80% della vittoria di Kobane è stata possibile grazie alle donne. Dopo Kobane, nessuno osa più mettere in dubbio che le donne siano utili in guerra.
Dal 9 ottobre, dall’inizio dell’offensiva militare della Turchia “Primavera di pace” contro la regione della Siria chiamata Rojava, le soldatesse sono tornate alla ribalta imbracciando di nuovo i fucili: 18mila su 45mila combattenti. Hanno abbandonato la loro vita per sostenere la causa del popolo curdo, per lottare contro l’oppressione dei regimi patriarcali, perché continui ad essere una realtà il progetto del Rojava, che Erdoğan ha deciso di annientare.