Il periodo tra i primi e la metà di maggio è stato uno dei più frenetici degli ultimi cinque mesi. Tutti si sono affannati a chiacchierare sull'esigenza di riaprire negozi, attività economiche, fabbriche come se l'imposta chiusura generale (potremmo tranquillamente dire planetaria) fosse stata dettata dal capriccio di qualche despota visionario.
Nessuno ignora che gli effetti di questa pandemia avranno ricadute pesanti non solo sul nostro modo di vivere nella società, ma sulla società stessa in primo luogo a livello produttivo ed economico. Il blocco totale delle attività (eccetto quelle svolte in modalità lavoro agile) e delle città (non solo italiane) ha messo in crisi l'economia, particolarmente quella basata sull'effimero, sulla moda, il lusso; capisaldi della nostra economica. Molti si sono sperticati per riaprire le produzioni e le vendite (senza considerare che una caratteristica della pandemia è aver messo in ginocchio molte famiglie, poco disposte a spendere adesso) qualcuno anche con un eccesso di fantasia quasi commovente, come quello adoperato per la riapertura delle librerie.
L'allarme per un'economia paralizzata è certamente condivisibile, è tuttavia sbagliata l'analisi sulla situazione. Probabilmente non ci si è calati nel contesto che ha cagionato questa crisi, che non è solo economica ma principalmente è una crisi sanitaria, l'Italia (ma potremo dire il mondo intero) si è trovata ad affrontare una guerra. Una guerra moderna (quasi fantascientifica) senza un nemico fisico (i posteri poi stabiliranno se questo virus è nato in un laboratorio ed è stato diffuso ad arte oppure no), senza bombardamenti, spari, distruzioni, confini, interessi politici; ma con uguale numero di morti. Le colonne di camion dell'Esercito Italiano carichi di bare, le fosse comuni, le urne cinerarie riconsegnate a parenti disperati che non hanno potuto salutare e vestire i loro cari; i cimiteri chiusi come tutti i luoghi di culto. Il Vicario di Cristo che prega in una piazza san Pietro deserta è forse l'immagine più devastante delle conseguenze che questo virus (e la sua guerra) ha cagionato. Dieci settimane dove è successo di tutto e dove molti di noi si sono smarriti come in un enorme conflitto mondiale. Tutto si è fermato a cominciare dalle scuole, perché per il momento l'unica arma per attenuare il contagio e la violenza di questa pandemia è stata il così detto distacco sociale. Ancora non solo non si è trovato il vaccino, che vedrà una opportuna fase di sperimentazione molto lunga; ma non si è trovato neppure una cura. In questa guerra l'unica nostra arma è stata il rinchiudersi in casa, aiutati da molti coraggiosi che, affiancati dagli eroi sanitari, hanno permesso lo svolgersi di attività essenziali.
Non possiamo quindi ragionare di economia se non si comprende in pieno perché l'economia si è fermata e perché potrebbe continuare a rimanere ferma, in attesa di una cura e/o di un vaccino. Magicamente dal 4 Maggio e con più forza dal 18 Maggio, in nome del mercato, si è ignorato il nucleo del problema, come se tutto si fosse fermato per un capriccio. Nonostante gli appelli da queste date tutto è ritornato quasi come prima seppur con i minimo utilizzo di DPI.
Per fortuna le terapie intensive lentamente si stanno svuotando, ma la guerra non è affatto vinta, seppur con grande disagio le scuole rimangono chiuse per evitare una diffusione del contagio incontrollabile.
Probabilmente sarebbe molto utile che politici, imprenditori, banche a livello mondiale iniziassero a riflettere e a costruire un grande piano economico e sociale di aiuti alle famiglie, ai lavoratori, alle imprese; per affrontare il momento senza problemi in attesa di una cura efficace; per poi ripartire a guerra finita recuperando il tempo tragicamente perso.