«Tutt'a un tratto, dal fondo della sala dove si era rifugiato, Piero Calamandrei si levò in piedi per far sentire la sua voce. In sala cadde il silenzio. Dopo l'uscita di Parri dal partito, Calamandrei ne era diventato la coscienza morale, il portavoce più autorevole ed efficace della sua laicità democratica. In quel momento ci parve più alto del solito, come illuminato dalle luci dei riflettori, quasi si trattasse del personaggio principale di una grande tragedia greca sullo sfondo dell'anfiteatro.
“Viva il partito d'azione!” gridò con voce vibrante, con il tono che dovevano avere i profeti di Israele quando denunciavano la scarsa fede nel signore del loro popolo. E uscì, portando con sé l'anima di tutto il partito che viveva ancora dentro di noi. Ma con quel grido aveva impresso su ciascuno di noi una sorta di marchio indelebile che ci avrebbe seguiti per il resto della nostra vita politica: il rimpianto che accompagna chi sa che la propria missione è rimasta incompiuta».
Con queste parole, che suscitano ancora emozione, Paolo Vittorelli descrisse la fine di una grande illusione. «Uscii affranto da quella triste, lugubre sala. Il nostro comune sogno giovanile era finito. E il risveglio, come tutti i risvegli, era mesto ed amaro. Come tutti i sogni, anche quello si stava rapidamente dileguando, lasciando dietro di sé solo la labile traccia di uno sfuggente disegno ideale, senza contorni precisi. Tutto stava improvvisamente scomparendo nelle nebbie della notte. Eppure, in quel sogno c'era stato e c'era tuttora qualcosa di reale».
Era il 30 giugno del 1947. Il comitato centrale sanciva di fatto quella scelta di confluenza nel Psi che, dopo quasi quattro mesi di trattative, il 20 ottobre dello stesso anno, il consiglio nazionale ratificò ponendo fine, come ricorda Giovanni De Luna, all'esistenza giuridica del partito.
Finiva una storia, ne cominciava un'altra. Ma il fiume dell'azionismo, per dirla ancora con De Luna, non ha mai smesso di scorrere irrorando di continua acqua fresca il lungo corso paludoso della politica italiana. Un salutare fenomeno carsico, i cui valori, morali e sociali, di giustizia e di libertà, sono stati per più di settant'anni costante e imprescindibile punto di riferimento per la difesa della democrazia e la salvaguardia dei diritti individuali e collettivi.
Tanti i tentativi di riportare in vita quell'esperienza, sotto varie forme. Ma forse è stato un bene che la chimera non sia risorta dalle sue ceneri perché si sarebbe bruciata di nuovo nel fuoco dei contrasti e delle incomprensioni. O sarebbe stata travolta e uccisa per sempre dal discredito della politica che ha ridotto la scena italiana ad una tragicommedia. È adesso, di fronte allo scenario drammatico della pandemia, in una crisi economica della quale ancora non vedono bene i nefasti effetti, nell'inquietudine generale che potrebbe avere effetti imprevedibili, nel rantolare della democrazia rappresentativa, che ci sarebbe bisogno di quell'impegno organizzativo, anche se parziale, che è stato sia il paladino della lotta contro il fascismo sia la levatrice della Repubblica.
Siamo in guerra. Una guerra diversa, dal cui esito dipendono le sorti stesse dell'umanità. Si combatte in tutto il mondo, contro il virus e contro gli autocrati. Due nemici, che si muovono come se fossero alleati. Il primo attacco i corpi, il secondo le coscienze. Non è scontato che vada a finire bene. L'Europa è la sola entità che può tenere alta la bandiera della salute e della libertà. E nel vecchio continente è l'Italia che dovrebbe dare un contributo decisivo a questa lotta senza precedenti. Qui non si tratta di discutere sull'utilità di fondi come il Mes ma di avere intelligenza e audacia pensando ad un mondo nuovo. Possibile che concetti del genere vengano rilanciati solo dall'Osservatore Romano?
L'impegno dei singoli, di coloro che si considerano eredi dell'azionismo, non basta più. Servirebbe quel “partito che non c'è”, come l'isola di Peter Pan. Seconda stella a destra, e poi dritti fino al mattino, cantava Edoardo Bennato. Un sogno, nel quale però, come ammetteva lo stesso Vittorelli anche nel momento di maggiore tristezza, c'era e c'è qualcosa di reale.
La sinistra è orfana, da tanti, troppi anni. Il Pd, coacervo di diversi interessi e malato di governismo, non appare riformabile, nonostante la buona volontà iniziale esibita da Nicola Zingaretti, che aveva annunciato di voler cambiare tutto. Bisognerebbe chiudere le correnti e aprire le sezioni.
I cinquestelle, i principali responsabili dell'antipolitica e del populismo che ora gonfiano le vele della nuova destra, non è chiaro se fanno più ridere o piangere. Il resto non conta. Bazzecole, da Liberi e Uguali al gruppo raccolto intorno ad Emma Bonino. Di Matteo Renzi è meglio tacere. Carlo Calenda cita il socialismo liberale senza conoscere la potenza rivoluzionaria evocata dal connubio di queste due parole. Vogliamo parlare di limiti alla proprietà privata?
Le Sardine hanno provato a smuovere le acque ma sono rimasti volenterosi pesciolini, con il rischio di finire nel gorgo di strumentali padrinaggi. Il passaggio da movimento a partito rappresenta sempre un trauma pericoloso. Paolo Bagnoli ha più volte rimarcato i dubbi e le resistenze che hanno accompagnato la nascita del PdA, che non ha segnato solo il cambio di un nome e nel quale non c'è stata la semplice confluenza di Giustizia e Libertà. Si potrebbe affermare che le iniziali contraddizioni non si sono mai risolte e anzi sono state determinanti nella dissoluzione finale.
L'interrogativo è se davvero si può assumere la forma partito senza indossare la maschera demoniaca del potere. Simone Weil ha dato una risposta categorica: no, perché “i partiti sono organismi costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”. Qualcosa del genere la pensava anche Adriano Olivetti, secondo il quale la vera democrazia non deve essere basata sui partiti che sono una gabbia della libertà e impediscono “un vero equilibrio creativo poiché l'intelligenza non è al servizio del cuore e il cuore non è al servizio dell'intelligenza”.
La trasformazione dei grandi partiti di massa in lobbies tra loro in concorrenza, diverse all'apparenza ma uguali nella forsennata corsa alle poltrone, con idee e progetti divenuti prodotti pubblicitari, sembra confermare queste desolate analisi. Persino la legge elettorale, che ogni volta si vuole cambiare pensando unicamente al proprio vantaggio, viene considerata strumento di sopraffazione e non verifica del consenso. E quindi maggioritario e proporzionale pari sono, a seconda delle convenienze del momento.
In un tale quadro, “il partito che non c'è” in realtà non può esserci. Deve rimanere nell'empireo delle utopie. Un sogno, ma fecondo. Un impegno a non rassegnarsi. Sarebbe fuorviante pensare ad un nuovo simbolo da inserire nella scheda elettorale, il mercato è talmente inquinato che anche una fonte sorgiva diverrebbe torbida. La battaglia va combattuta sul terreno delle idee e delle proposte. E in questa ottica, un'associazione di donne e uomini animati da buona volontà, potrebbe avere la forza di illuminare il dibattito pubblico e gettare semi capaci di germinare una nuova dimensione etica, politica, economica.
Serve una rete agile ed efficiente, un vascello pirata capace di assaltare i grandi galeoni bombardandoli con critiche e progetti. In grado, se del caso, di indicare, al momento del voto, singoli candidati o liste che si ritengano compatibili con “il partito che non c'è”. O di avere il coraggio, se non ci fossero le condizioni per una scelta coerente, di dire, apertis verbis, che la scheda bianca non rappresenta una rinuncia ma una forma di protesta collettiva.
Facciamo riecheggiare il grido di Piero Calamandrei.