Abbiamo apprezzato le parole d’esordio del discorso di Mario Draghi sul ‘Recovery Plan’ perché sembravano rispondere al vuoto lasciato dal precedente governo che non aveva saputo dare un’anima al progetto di ricostruzione. Draghi ha cercato di darla al suo piano e parrebbe che ci sia riuscito avendo soddisfatto perfino Renzi:ma a noi, francamente è venuto il dubbio che questi si accontenti di un’
animella.
Draghi ha detto che il Piano non è solo un insieme di progetti, numeri, tabelle, scadenze, e che, per intenderlo, bisogna «leggerlo anche in un altro modo. Metteteci dentro le vite degli italiani, le nostre ma soprattutto quelle dei giovani, delle donne, dei cittadini che verranno … L’ansia dei territori svantaggiati di affrancarsi da disagi e povertà … soprattutto il destino del Paese … Dico questo perché sia chiaro che, nel realizzare i progetti, ritardi, inefficienze, miopi visioni di parte anteposte al bene comune peseranno sulle nostre vite ... E forse non vi sarà più il tempo per porvi rimedio».
A parte la facile constatazione sull’evidente continuità tra la versione precedente e quella attuale del PNRR – forse necessaria vista la ristrettezza del tempo a disposizione: il Parlamento si è dovuto fidare e, in solo due giorni, lo ha approvato quasi a scatola chiusa – pare che questi progetti, tabelle, scadenze, peraltro ancora da definire, impressionino più per la cifra ‘grossa’ – 248 mld. di euro – che per il disegno complessivo.
Forse per nostro difetto, ci è parso di sentire solo numeri con l’elencazione delle 6 ‘missioni' e delle riforme correlate: dell’anima nemmeno l’ombra e ‘non vi sarà più il tempo per porvi rimedio’.
Riforme essenziali fin qui fermate invariabilmente dalle lobby sindacali, giudiziarie, monopolistiche. I governi che ci hanno provato si sono arresi ben presto: Draghi avrà il coraggio di toccare il CSM oltre che tempi e modalità dei processi o – sempre più pressato dai diktat di Letta ansioso di mantenere il controllo politico sulla magistratura e di eliminare la Lega dal governo (non si capisce perché non ne esca egli stesso vista la sua incompatibilità con Salvini) – in tema di riforme dovrà dedicarsi a defatiganti ‘mediazioni’ al ribasso? E, in materia di concorrenza, saprà andare oltre le famose ‘lenzuolate’ che, a suo tempo, si sono rivelate dei veri e propri fantasmi?
Da un Draghi ci si attendeva scelte da politica ardita, da ‘whatever it takes’; per far ciò, soprattutto in materia di riforme, avrebbe dovuto concordarne le linee generali prima di accettare l’incarico e di andare in Parlamento: purtroppo però l’invenzione del suo governo è stata solo uno stratagemma per evitare le elezioni.
A parte il dubbio, legittimo, che da qui al 2026 si possa fare quanto annunciato – troppe volte il fallimento ha riguardato l’implementazione oltre che l’ideazione degli interventi, secondo un cronoprogramma perentorio – sorge anche l’altro se non sarebbe stato preferibile concentrarsi su qualcuno degli obiettivi con progetti specifici e mirati e non solo perché non si farà in tempo a realizzare quel piano ambizioso ma, soprattutto, perché la ricostruzione di cui il Paese avrebbe bisogno non è soltanto quella delle rovine della pandemia bensì quella antica della arretratezza di una sua parte importante.
Il 40% dei fondi del ‘Recovery Plan’ (in tutto 191 miliardi tra prestito e sovvenzione UE) andrà al Sud: questo, nelle intenzioni, sarebbe segno di attenzione al riequilibrio territoriale. Mara Carfagna, ministro per il Sud ha detto «Dietro i “titoli” delle sue missioni [del PNRR] ci sono riforme che aspettiamo da un ventennio, grandi opere pubbliche, investimenti nella modernizzazione del Paese, connessioni più veloci, alta velocità, più presidi sanitari, più infrastrutture sociali, enormi agevolazioni per chi vuole investire al Sud e nelle aree interne».
Bene. Si tratterebbe di una bella somma, circa 80 miliardi, e apparentemente tale da non potersi lamentare. C’è però subito un’obiezione: non è vero che, invece, il Piano prevede risorse nazionali aggiuntive (58 mld., in debito) e che il totale è di 248 miliardi di Euro da spendere fino al 2032?
Facciamo qualche conto. Su questa somma, il 40% sarebbe di 99,2 miliardi, un bel po' più degli 80 destinati al Sud d’Italia (in cui pare siano compresi i 21 miliardi del piano precedente di ‘coesione territoriale’, poi stornati in altre direzioni). Ma l’obiezione non sta solo in questa differenza e né soltanto in questa partita di giro, pure assai significative; l’obiezioneè la stessa che si faceva tre mesi fa al Piano del governo precedente: non ha un’anima.
Quanto alle belle parole – in particolare quelle che ci hanno ricordato che «La crescita del Mezzogiorno rappresenta l’altro aspetto prioritario trasversale al Piano. Il potenziale del Sud in termini di sviluppo, competitività e occupazione è tanto ampio quanto è grande il suo divario dal resto del Paese. Non è una questione di campanili: se cresce il sud, cresce anche l'Italia. Più del 50% del totale degli investimenti in infrastrutture è diretto al Sud» – dobbiamo dire di averle già sentite altre volte e della loro veridicità dubitiamo tranne che per la parola divario.
Dell’intervento straordinario dello stato nel Mezzogiorno nella seconda parte dello scorso secolo abbiamo vivo il ricordo: per quanto forte possa essere stato nel Sud, esso è stato sempre meno forte di quello ordinario nel Nord. Il ‘Cristo si è fermato a Eboli’ è sempre attuale: non a caso, l’alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno. Ora, finalmente, si prende atto della necessità che il Recovery Plan faccia fare, da Salerno, qualche passo avanti: ma già si sentono i ‘Pontificali’ (intendo quelli del prof. Ponti, guru dell’analisi costi-benefici, in auge con i 5S) che sparano a zero sul Sud arretrato, senza traffici, e che, quindi, non necessiterebbe di queste infrastrutture.
Perciò non possiamo dirci soddisfatti di quanto annunciato, cioè che il Sud avrà 14 miliardi, circa il 50% del totale per gli investimenti in infrastrutture fisiche (ferrovie, strade, porti, etc.) perché questi investimenti dovranno recuperare un gap colossale, nella spesa storica per le infrastrutture meridionali e per quelle del centro-nord; un gap che continuerà ad allargarsi dal momento che, per le infrastrutture, al Nord verrà destinato l’altro 50% degli investimenti. La stessa proporzione e lo stesso risultato valgono per tutte le altre aree d’intervento (digitalizzazione, ‘green transition’, sanità, etc.,). La modernizzazione delle strutture economiche e sociali – dalla ‘rivoluzione green’ a quella digitale – nonché la riduzione di disuguaglianze vecchie e nuove, sono certamente obiettivi da perseguire ma, altrettanto certamente, la ripartizione delle risorse per tali obiettivi dovrebbe conto delle posizioni di partenza delle sezioni del Paese fortemente deficitarie. Bisognerebbe rovesciare le politiche – finora volte prima ad accrescere le potenzialità produttive del Nord e, dopo, a trasferire una quota del nuovo reddito al Sud – che hanno ostacolato lo sviluppo del Sud e farne il vero volano per la sua ‘modernizzazione’ che, come Draghi stesso ha ricordato, è una condizione essenziale per la rinascita di tutto il Paese: l’armonizzazione ‘nazionale’ non è un interesse ‘costituito stupido’ come quelli di cui Draghi dice di non doversi tenere conto.
A questo proposito, bisogna ricordare un grande principio: a diseguali non basta che siano date quote eguali, deve essere data giustizia.
L’UE presterà e darà sovvenzioni per molti miliardi; ne presterà e darà molti di più all’Italia che agli altri perché è conciata peggio e non perché siamo stati più bravi nell’ottenerli; attenzione però: le sovvenzioni saranno finanziate dai contributi di tutti i paesi con tasse gravanti sui loro cittadini e il prestito sarà si finanziato da un debito contratto dall’UE – il che è certo un vantaggio per la garanzia offerta al mercato – ma sarà rimborsato, in ragione di quanto ricevuto, dall’Italia e dagli altri paesi non dall’UE.
Ciò significa che il debito pubblico italiano aumenterà di ben 120 miliardi: se il divario tra Nord e Sud non sarà sanato ora non lo sarà mai più e quando si dovrà rimborsare il debito immenso già gravante sulla nostra economia e quello ingente che stiamo assumendo con l’Europa, all’ingiusta disparità nella distribuzione delle risorse si sommerà un’ingiusta eguaglianza: quella che, a parità di reddito, equiparerà i contribuenti del Sud a quelli del Nord.