"LA PAZIENZA E' FINITA?"

24-05-2021 -

Negli ultimi giorni si è parlato molto di fuga di notizie dal CSM e da importanti procure italiane riguardo ad alcuni verbali segreti contenenti gravi accuse contro alti esponenti del mondo politico e giudiziario che si sarebbero associati in un’organizzazione segreta – “Ungheria” – per influenzare la vita politica e giudiziaria del paese. A questa presunta organizzazione, una «loggia», non era stato finora dato peso dai giornali né dai pm o dal CSM che, guarda caso, hanno ritenuto Amara – un avvocato coinvolto in numerosi processi anche come testimone d’accusa – poco affidabile in relazione alle dichiarazioni di cui sopra, rese alla Procura di Milano già alla fine del 2019, mentre la stessa magistratura lo aveva considerato affidabile fino a quando si era limitato ad accusare se stesso e altri di corruzione in atti giudiziari.
Ma, per quanto possa essere ritenuto un teste poco affidabile, perché ancora oggi le sue accuse, proprio perché così gravi, non sono state prese in considerazione? Perché solo ora la Procura di Perugia indaga riguardo all’associazione segreta e alla veridicità della denuncia di Amara e la Procura di Roma ha finalmente avviato un’indagine su un pesce piccolissimo, una funzionaria della segreteria di Piercamillo Davigo al CSM, accusata di avere diffuso i verbali in questione. In realtà, pare che questi verbali fossero stati trasmessi (legittimamente?) dal pm di Milano, Paolo Storari, a Davigo, da questi a Ermini e da questi, pare, al Quirinale, che ora dice di non potere esprimere un parere sul caso per evitare qualsiasi interferenza nell’inchiesta giudiziaria finalmente avviata da ben 4 procure; forse così tanto spiegamento di forze servirà a sollevare polvere e ad annebbiare la vista: tanto rumore per nulla!
Non siamo interessati al dibattito sull’uovo e sulla gallina: non cambia nulla che sia stata una fonte o un’altra ad aprire le cateratte; siamo invece molto interessati a sapere perché il CSM o le varie procure competenti non abbiano fin qui approfondito le indagini. Se si fosse trattato di un pentito di mafia non sarebbero scattate le indagini più rigorose? In caso contrario, se nessuno avesse dato seguito alle sue rivelazioni non avremmo accusato i responsabili del ritardo, se non dell’insabbiamento, almeno del reato di ‘concorso esterno in associazione mafiosa’? E il ritardo nelle indagini su tale presunta associazione – che, più che per la segretezza, avrebbe dovuto essere indagata come associazione a delinquere – non ha consentito l’inquinamento delle prove, anzi la loro distruzione? E come mai i giornali che avevano ricevuto i verbali in questione – solitamente, assai solleciti nel pubblicare qualsiasi notizia giudiziaria, anche la più infamante come la più infondata – questa volta hanno taciuto perdendo l’occasione di denunciare qualcosa che somiglia molto a una P2? Forse non l’hanno fatto perché toccava qualche potentato amico? E perché le lobby dei giudici e i partiti che le fiancheggiano continuano a ostacolare l’avvio di una commissione parlamentare d’inchiesta su fatti gravissimi come quelli denunciati, per esempio, dal memoriale di Luca Palamara, insomma sull’intreccio politico-giudiziario?
Si dice che i magistrati temono che la commissione parlamentare d’inchiesta possa essere usata come strumento di vendetta. Vendetta per che cosa? Ci sarebbe da chiedere quale sia il motivo per il quale la magistratura possa nutrire un tale timore; ciò comunque è secondario: quello che resta inaccettabile è che la magistratura possa interferire con l’esercizio del potere legittimo del Parlamento di conoscere per deliberare. D’altra parte dobbiamo manifestare la preoccupazione che anche questa possibile indagine conoscitiva del Parlamento finisca nel nulla come spesso è accaduto.
Non vogliamo fare il conto di tutti gli anni che sono trascorsi da quando si parla, oltre che di riforma del processo civile e di quello penale, della riforma della magistratura e del suo organo di autogoverno, il CSM: per rendersi conto del buio che circonda questa materia basta il conto degli anni da quando è stato detto che l’attuale Presidente della Repubblica, presidente anche del CSM, voleva ‘voltare pagina’. Ebbene, da allora, da quando esplose il caso Palamara-Lotti, sono passati tre anni e la pagina non è stata ancora voltata.
Perché il Presidente continua a lavarsi le mani rifiutando financo di pensare ad un possibile scioglimento del CSM? Può ancora limitarsi a invitare i partiti politici e i gruppi parlamentari ad impegnarsi per una riforma del CSM, ad auspicare che si approdi in tempi brevi ad una normativa che restituisca dignità e credibilità alla magistratura? Aria fritta. La ‘moral suation’, invenzione del bizantinismo italico, non può bastare. Nel caso del CSM non vale la ricetta per il covid che impone di lavarci le mani. La malattia che sta devastando la magistratura è ben più grave; non basta neanche il vaccino; serve la chirurgia invasiva, demolitiva, quella che usa le seghe per amputare le parti in cancrena.
Intanto continuiamo a nascondere sotto il tappeto la polvere, radioattiva, che continua a contaminare e ciò non va bene perché il supremo garante della costituzione dovrebbe essere ‘proattivo’ riguardo alla sua tutela e non trincerarsi dietro la ‘irresponsabilità’, dietro quanto dice l’attuale vicepresidente del CSM Ermini, cioè che il Presidente della Repubblica non sa nulla delle nomine dei magistrati perché non partecipa alle riunioni del CSM. Bene, se così è, la prima riforma da fare in materia di autogoverno della magistratura dovrebbe riguardare proprio il ruolo del Presidente della Repubblica nel CSM: se si tratta di una presidenza sostanzialmente formale ma tale da conferire a quest’organo un carattere quasi sacrale; bisognerebbe ben valutare i costi-benefici del mantenimento di questa fictio iuris: non giova alla funzionalità di quell’organo né permette di sottrarre il Presidente alla responsabilità di quanto vi avviene.
Il Presidente della Repubblica, come presidente del CSM, non è una foglia di fico e non lo può diventare. Sarebbe necessario dunque che il Capo dello Stato partecipi ai lavori di quell’organo assumendo quindi responsabilità per le sue decisioni o ne esca formalmente.
Altro problema è quello di elezione e nomina dei componenti del CSM. A parte il fatto che una riforma non sarebbe ottenibile in tempi brevi anche per le battaglie che si svolgerebbe intorno al sistema da adottare (e sappiamo bene che, dalle nostre parti, i sistemi elettorali vengono piegati alle esigenze di parte, ai calcoli dei loro effetti rispetto al potere che si vuole ottenere o conservare), non v’è dubbio che non è solo il metodo d’elezione che va riformato bensì, e soprattutto, il CSM stesso nei suoi poteri e nel suo funzionamento.
Se la magistratura deve governarsi da sé – e su questo non abbiamo alcun dubbio – è necessario che si liberi il CSM dal correntismo, da ogni rapporto con la politica e con gli altri poteri dello stato; è necessaria una gestione indipendente e onesta delle vicende dei magistrati. Per non parlare del loro reclutamento che va sottratto al familismo e alla pressione partitica. Non basta il polverone che Letta e il PD intendono sollevare con una riforma solo dei processi – civile e penale – come non bastava la balbettante riforma del CSM proposta a suo tempo dal ministro Bonafede; si dovrebbe piuttosto porre mano alla separazione delle carriere e alla demolizione delle porte girevoli che consentono l’entrata e l’uscita dei magistrati nella politica, nella gestione ministeriale, nell’eldorado delle funzioni extragiudiziarie: le deviazioni del sistema giudiziario richiedono, oltre che una glasnost nel CSM, anche una perestrojka nel funzionamento dell’ordine giudiziario.



Fonte: di GIUSEPPE BUTTA'